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Commiss. Trib. Reg. Puglia Bari Sez. VII, Sent., 16-05-2013, n. 24

marzo 12, 2014

Commiss. Trib. Reg. Puglia Bari Sez. VII, Sent., 16-05-2013, n. 24

Svolgimento del processo

L’Agenzia delle Entrate – Ufficio Controlli – Direzione Provinciale di Bari, ha proposto appello, depositato il 10 febbraio 2012, avverso la sentenza n. 103/8/11, pronunciata il 25 marzo 2011 e depositata il 21 giugno 2011, dalla Commissione Tributaria Provinciale – Sezione 08 – di Bari.

L’atto di appello, ai sensi dell’art. 53 – comma 2 – del D.Lgs. n. 546 del 1992 come integrato dall’art. 3-bis – comma 7 – del D.L. 30 settembre 2005, n. 203, convertito con L. 2 dicembre 2005, n. 248, risulta depositato in copia presso la Commissione Tributaria Provinciale di Bari il 06 febbraio 2012.

L’adita Commissione, con l’impugnata sentenza, ha accolto, con compensazione delle spese di giudizio, i riuniti ricorsi proposti dalla s.r.l. Prisma, in persona del liquidatore pro-tempore G.M.A., e in proprio, per quanto di competenza, da C.V., avverso gli avvisi di accertamento nn. (…), (…) e (…), relativi agli anni d’imposta 2005, 2006 e 2007, notificati in data 01 giugno 2010, per debito IVA rispettivamente di Euro 19.092,61, Euro 64.823,00 ed Euro 60.322,00.

Gli opposti atti trovavano origine nel processo verbale di constatazione, redatto il 20 maggio 2009 al termine della verifica fiscale eseguita dalla Guardia di Finanza-Tenenza di Gioia del Colle, ed effettuata al fine di controllare se l’attività svolta dalla Società rientrasse nel commercio dell’oro, disciplinata dalla L. n. 7 del 2000, o se era, invece, riconducibile al commercio di monili, gioielli e oggetti d’oro usati suscettibili di consumo finale.

Sulla base delle risultanze della predetta verifica, l’Ufficio con i richiamati avvisi di accertamento contestava alla Società di aver erroneamente contabilizzato:

a) gli acquisti da privati, con autofattura per beni usati con applicazione dell’Iva al 20%, pur non riscuotendola, anziché emettere autofattura in acquisto senza l’applicazione dell’Iva;

b) le vendite con autofattura, pur non essendo tenuta, al fine di stornare l’uguale importo dell’autofattura in acquisto;

c) con fatture senza applicazione dell’Iva, la vendita alla fonderia autorizzata dei beni acquistati dai privati, apponendo la dicitura “non imponibile Iva ai sensi dell’articolo 17 -comma 5- del D.P.R. n. 633 del 1972 e successive modificazioni”, mentre, atteso il ritenuto svolgimento di attività di commercializzazione di beni usati, avrebbe dovuto indicare in fattura l’IVA calcolata con il regime del margine, di cui all’articolo 36 -comma 1- del D.L. n. 41 del 1995, sull’importo ottenuto dalla differenza tra l’imponibile delle vendite e quello degli acquisti.

La Società, con il ricorso introduttivo, eccepiva:

1) l’inesistenza giuridica degli avvisi di accertamento per inesistenza del procedimento notificatorio;

2) l’illegittimità degli atti opposti per palese violazione dell’articolo 12 -comma 2-della L. n. 212 del 2000, a motivo dell’estensione della verifica ad annualità diverse da quelle indicate nell’ordine di accesso;

3) l’infondatezza delle risultanze del processo verbale di constatazione, riprese negli avvisi di accertamento, attesa la legittimità e correttezza dell’applicazione del regime fiscale adottato, in considerazione dell’oggetto sociale di commercio all’ingrosso di preziosi, gioielli e rottami metallici in virtù della licenza di P.S. rilasciata per l’esercizio dell’attività di “commercio di oggetti preziosi all’ingrosso con rivendita a fonderia autorizzata”;

4) la violazione dell’articolo 56 -comma 5- del D.P.R. n. 633 del 1972 sotto il profilo dell’assoluta carenza, difetto e mancanza di motivazione in ordine ai presupposti di fatto e alle ragioni giuridiche che avrebbero determinato la presunta indebita applicazione del reverse charge;

5) la mancata conformità, da parte dell’Ufficio, alle interpretazioni dalla stessa Amministrazione fornite in risposta agli interpelli formulati su casi analoghi;

6) la mancata applicazione dell’esimente dell’obiettiva incertezza della normativa tributaria, ex articoli 8 del D.Lgs. n. 546 del 1992, 10 -comma 3-della L. n. 212 del 2000, e 6 -comma 2- del D.Lgs. n. 472 del 1997;

7) l’illegittima applicazione della sanzione ex articolo 9 -commi 1 e 3- del D.Lgs. n. 471 del 1997;

8) l’illegittimità delle sanzioni irrogate per erronea applicazione degli articoli 5 -comma 4- e 6 – comma 9-bis – del D.Lgs. n. 471 del 1997;

9) l’inesatta determinazione della pretesa tributaria per l’errata metodologia di calcolo adottata.

La Società, inoltre, si opponeva alle relative cartelle di pagamento emesse in pendenza del giudizio e nonostante le intervenute ordinanze di sospensione dell’efficacia degli atti impugnati.

Il Collegio di prima istanza accoglieva i riuniti ricorsi ritenendo, sulla scorta dell’esame della documentazione in atti e delle difese svolte dalle parti, che la Società ricorrente avrebbe “sempre intrattenuto rapporti commerciali unicamente con operatori economici -soggetti passivi ha – i quali impiegano i metalli preziosi acquisiti per scopi industriali, essendo, i materiali stessi, ormai inidonei ali uso naturale cui sarebbero destinati, ovvero inutilizzabili perché danneggiati, deteriorati o avariati, acquistati ab origine come rottami e ceduti come tali.”

L’Agenzia delle Entrate, con l’appello all’odierno esame, propone motivi di gravame avverso l’impugnata sentenza per violazione e falsa applicazione dell’articolo 17 – comma 5- del D.P.R. n. 633 del 1972, e per omessa pronuncia ed errata valutazione in fatto e diritto.

In particolare, l’Ufficio si duole della mancata pronuncia in ordine alla carenza del presupposto soggettivo, ossia della qualifica di operatore professionale oro per la lavorazione e trasformazione dei beni acquistati da privati in oro industriale da cedere ai soggetti passivi Iva, sostenendo che il regime fiscale del reverse charge si applicherebbe esclusivamente alle cessioni di oro industriale.

Contesta, altresì, che i manufatti ceduti dai privati possano essere ritenuti rottami auriferi, per il solo fatto che non sarebbero più di moda o in quanto deteriorati all’uso, ed insiste sulla natura della attività svolta dalla Società, afferente la commercializzazione all’ingrosso di orologi e gioielli, ossia di prodotti finiti.

In definitiva, l’Agenzia ribadisce che, ai fini dell’applicazione della disposizione di cui all’articolo 17 -comma 5- del D.P.R. n. 633 del 1972, occorre che debba trattarsi di oro grezzo o di semilavorati, condizione ritenuta non ricorrente nel caso in questione.

L’Ufficio lamenta ulteriormente la mancata indicazione, da parte del Giudice di prime cure, delle prove documentali offerte dall’appellata Società e che la stessa, in quanto priva della specifica autorizzazione preventiva al commercio dell’oro, prevista dall’articolo 1 della L. n. 7 del 2000, sarebbe carente del presupposto soggettivo ed oggettivo richiesto per l’applicazione del vigente regime in deroga, di cui al richiamato articolo 17 -comma 5- del D.P.R. n. 633 del 1972.

In conclusione, l’Agenzia delle Entrate, previo espresso rinvio a quanto dedotto in primo grado riguardo alle altre eccezioni ritenute assorbite, conclude per la riforma dell’impugnata sentenza, la conferma della legittimità e fondatezza degli avvisi di accertamento, nonché delle relative cartelle di pagamento, e per la determinazione delle spese secondo giustizia.

La Società appellata, in persona del liquidatore pro tempore, e il contribuente C.V., rappresentati e difesi come da mandato in atti dall’avv. prof. Stefano Loconte, con atto depositato il 20 marzo 2012, si sono costituiti nel presente grado per contrastare i motivi di gravame e sostenere la chiarezza, la precisione e l’ordine logico-giuridico della motivazione dell’impugnata sentenza.

In definitiva, la Società, nel ribadire le argomentazioni addotte a sostegno del ricorso introduttivo, conclude per la conferma della sentenza di primo grado con rifusione delle spese, diritti ed onorari del doppio grado di giudizio.

All’ odierna udienza pubblica, ritualmente chiesta, il rappresentante dell’Agenzia, dott. Antonio Pellegrini, ribadisce l’inapplicabilità del regime del “reverse charge” in assenza dell’autorizzazione della Banca d’Italia ed insiste per la riforma dell’impugnata sentenza, mentre il difensore degli appellati riafferma la regolarità dell’applicato regime fiscale e chiede il rigetto dei motivi di gravame.

Motivi della decisione

L’appello è infondato.

Il D.P.R. n. 633 del 1973, disciplinante l’imposta sul valore aggiunto, all’articolo 1 statuisce che detta imposta, fra l’altro, si applica sulle cessioni di beni effettuate : nell’esercizio d’impresa o di arti e professioni, e al comma 1 del successivo articolo 17 stabilisce che l’imposta è dovuta dai soggetti che effettuano le cessioni di beni, mentre al comma 5 dispone, in modo specifico, che in deroga a quanto stabilito al primo comma, per le cessioni di materiale d’oro e per quelle di prodotti semilavorati di purezza pari o superiore a 325 millesimi, al pagamento dell’imposta è tenuto il cessionario.

Ne consegue quindi che, ai fini fiscali, ciò che rileva è il verificarsi della vendita da parte di un soggetto nell’esercizio d’impresa o di arti e professioni e, per quanto riguarda l’applicazione della deroga al regime ordinario, che trattasi di materiale d’oro o di prodotti simili lavorati di purezza pari o superiore a 325 millesimi.

Quanto al primo requisito, la Società appellata, così come correttamente rilevato dal Collegio di prima istanza, ha fornito prova di essere in possesso di licenza per l’esercizio dell’attività di “commercio di oggetti preziosi all’ingrosso con rivendita a fonderia autorizzata” rilasciata in data 19 maggio 2007 e non già, secondo quanto sostenuto dall’Agenzia, di “commercializzazione all’ingrosso di orologi e gioielli”.

E, d’altronde, pacifico, con riferimento al secondo requisito, che la Società ha acquistato beni da privati e per questo definibili ” usati”, ma è indubitabile che tali beni poiché venduti a fonderia autorizzata non possono che essere considerati “rottami auriferi” proprio per la natura sostanziale della destinazione della vendita. Inoltre non vi è dubbio che la società, prima della vendita, non ha operato alcuna manipolazione o trasformazione dei beni, né poteva farlo in quanto non autorizzata a ciò, e per questo, proprio perché ritenuti tali beni non idonei alla reimmissione in commercio, venduti alla fonderia autorizzata per la necessità di subire successiva lavorazione e/o trasformazione.

D’altra parte l’Agenzia non ha fornito alcuna dimostrazione che, viceversa, i beni oggetto delle fatture in contestazione erano tecnicamente classificabili quali beni non abbisognevoli di lavorazione o trasformazione e, pertanto, destinabili al consumo finale, ma si è limitata a disquisire sulla natura di beni “usati” e per ciò solo non classificabili quali “rottami auriferi”, mentre la Società attraverso la non contestata vendita alla fonderia autorizzata ha dimostrato che detti beni sono stati ritenuti rottami.

Del resto anche le riportate dichiarazioni del legale rappresentante e del consulente fiscale della società, diversamente da quanto ritenuto dall’Ufficio, avvalorano la circostanza che trattavasi di beni certamente usati, ma non idonei all’immissione in commercio perché abbisognevoli di lavorazione in quanto “avevano il laccetto rotto o il gancio rotto eccetera”.

Differente valutazione, viceversa, sarebbe potuta intervenire nella circostanza che detti beni fossero stati rivenduti a soggetti diversi da fonderia autorizzata.

Fra l’altro, poi, la scelta di procedere alla vendita alla fonderia anziché, magari, optare per la riparazione e la successiva rimessione nel mercato, rientra nel libero ed insindacabile esercizio dell’attività imprenditoriale.

Su tali presupposti l’impugnata sentenza è, quindi, priva di censura atteso che non può disconoscersi che i beni avevano natura di preziosi danneggiati e/o deteriorati, e, in quanto tali, acquistati per essere venduti a fonderia autorizzata e per ciò destinati a uso esclusivamente industriale perché oggetti da ritenersi allo stato semilavorati.

In tale fattispecie non ricorre il presupposto, cosi come vorrebbe l’Agenzia, dell’applicazione del regime del margine, ex articolo 36 del D.L. n. 41 del 1995, atteso che non trattasi di beni mobili usati suscettibili di reimpiego nello stato originario.

Ritenuto assorbito ogni ulteriore motivo, il Collegio, tenuto conto della atipicità della questione in contestazione, ritiene sussistenti le eccezionali ragioni per disporre la compensazione delle spese di giudizio.

P.Q.M.

la Commissione rigetta l’appello dell’Ufficio e conferma la sentenza impugnata.

Spese compensate.

Così deciso in Bari, nella Camera di Consiglio il 18 aprile 2013.

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