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C.T. Prov. Foggia 4.1.2012 n. 1/1/12

marzo 13, 2014

C.T. Prov. Foggia 4.1.2012 n. 1/1/12

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

In data 23.9.2010 l’Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale di Foggia notificava alla ditta [Omissis] con sede a Cerignola in via [Omissis], esercente il commercio all’ingrosso di rottami metallici auriferi (c.f. [Omissis], quattro distinti avvisi di accertamento Iva relativi agli anni di imposta 2005-2006-2007-2008), portanti rispettivamente i numeri [Omissis], con i quali attestava:

– per l’anno 2005 un maggiore imponibile di € 98.015,00 ed una conseguente maggiore imposta di € 19.603,00 (nel contempo recuperava l’ulteriore importo di € 1.751,94, quale Iva indebitamente detratta);

– per l’anno 2006 un maggiore imponibile di € 127.990,00 ed una conseguente maggiore imposta di € 25.598,00;

– per l’anno 2007 un maggiore imponibile di € 108.500 ed una conseguente maggiore imposta di € 21.700,00;

– per l’anno 2008 un maggiore imponibile di € 151.969,95 ed una conseguente maggiore imposta di € 30.393,99.

Con gli stessi atti venivano, altresì, irrogate le correlate sanzioni e venivano richiesti gli interessi.

Tutti e quattro gli avvisi di accertamento trovavano il loro fondamento nelle conclusioni indicate nel p.v.c. redatte dai Militari della Guardia di Finanza-Tenenza di[Omissis] data 27.04.2009, al quale l’Ufficio faceva pieno riferimento ed avevano la identica e testuale seguente motivazione: “Considerato che l’attività dichiarata dalla S.V. per l’anno … è quella di commercio all’ingrosso di rottami metallici (cod. 51.57.1 );

– Tenuto conto che dalle risultanze dell’attività di verifica presenti nel suddetto verbale di constatazione si rileva che la Vs. ditta effettua acquisto e vendita di oggetti in oro e/o argento fuori campo Iva relativamente agli acquisti e senza addebito Iva per le vendite, applicando per queste ultime il meccanismo del “reverse charge», di cui all’art. 17-co.5 del DPR 633/72 con menzione in fattura della dicitura “Iva non addebitata»;

– Evidenziato che gli esiti del controllo effettuato hanno portato l’organo verbalizzante ad identificare l’attività svolta dalla S.V. – in assenza altresì della prevista comunicazione di operazione all’U.I.C. , in mero commercio di oreficeria usata, in quanto gli oggetti in oro e argento acquistati dai privati presentano le caratteristiche di oggetti usati che nella quasi totalità sono risultati perfettamente integri; mancato adempimento e caratteristica che contrastano sia per gli aspetti soggettivi che per quelli oggettivi con il disposto della legge n. 7 del 17.1.2000;

– Considerato che la suddetta identificazione è stata determinata tenendo conto dell’inventario degli oggetti in oro rinvenuti nel locale … quasi tutti integri …; dell’esame dei singoli atti di acquisto intestati come atti di vendita nei quali gli oggetti … sono stati indicati …, come anelli-collanine-orecchini … ecc.; dalle annotazioni riportate nel registro di P.S… che ripetono la stessa descrizione; delle notizie acquisite dai venditori privati … che hanno dichiarato di aver ceduto oggetti in oro e argento usati, integri e privi di imperfezioni;

– Tenuto conto che il meccanismo del “reverse charge” prevede la non imponibilità Iva a quei beni che, a causa della loro natura, non possono avere altra destinazione che la lavorazione industriale;

– Considerato che gli oggetti usati che presentano la caratteristica d essere integri sono considerati prodotto finito e non materia prima destinata alla lavorazione;

– Evidenziato che per quanto sopra esposto la S.V. ha indebitamente applicato il meccanismo del reverse charge, sottraendo ad imposizione operazioni altrimenti assoggettabili ad Iva ed in particolare ha mutato l’oggetto della cessione presente nelle fatture di vendita da oro usato a rottame di oro, applicando irregolarmente il meccanismo del reverse charge, di cui all’art. 17 co. 5 del DPR 633/72 alla luce del regime ordinario previsto dall’art. 2 del DPR 633/72″.

Avverso tutti e quattro gli accertamenti sopra citati la ditta Me. ha proposto unico ricorso, eccependo:

1) La illegittimità degli atti impugnati per errata e falsa applicazione dell’art. 17-comma 5 del DPR 633/1972.

La ricorrente, all’uopo, faceva rilevare che l’indicazione negli atti di vendita dei privati del tipo specifico di merce venduta (ad esempio: anello-collanina-orecchino-braccialetto-ecc.) non poteva suffragare la tesi dell’ufficio secondo cui tale indicazione era la prova che oggetto della compravendita non fosse un rottame d’oro, ma un monile d’oro usato, in quanto siffatta indicazione era necessaria solo al fine di poter (successivamente ed eventualmente) procedere alla identificazione del bene oggetto dell’atto, ove il privato venditore avesse voluto esercitare il diritto di recesso nell’arco temporale di giorni dieci previsto ai “sensi del T.U. di P.S. del 18.6.1931.

Sempre la ricorrente evidenziava ancora come tutti gli oggetti acquistati con l’indicazione “rottame” risultavano venduti ad un unico acquirente di nome “Chi. Spa” operatore professionale abilitato alla trasformazione dei rottami acquistati in lingotti-monete e similari e, in quanto tale, iscritto nell’apposito albo tenuto dalla Banca d’Italia, la cui sede era nel Comune di Ba. in provincia di Arezzo (territorio noto come centro orafo per eccellenza).

A tal proposito la difesa di parte ricorrente richiamava la Risoluzione n. 168/E del 16.10.2001 [Ndr. 26.10.2001] e la Risoluzione n. 375 del 28.11.2002, la quale ultima aveva costituito la risposta all’interpello sull’argomento proposto dalla stessa già citata Ch. spa.

2) La infondatezza dell’atto impugnato per assoluta carenza di elementi probatori diversi da semplici dichiarazioni di parte.

Veniva fatto rilevare come il c.d. “Compro oro” (contrariamente a quanto sostenuto dall’Ufficio) non poteva essere considerato “operatore professionale” e, quindi, iscritto nell’apposito albo tenuto dalla Banca d’Italia» per cui gli era impedita la vendita dell’oggetto come oggetto; ma poteva solo effettuare vendite di oggetti come rottame in favore di soggetti aventi la struttura di Fonderia. E, nel caso di specie, la Fonderia era la Ch. spa.

3) Illegittimità dell’atto impugnato per violazione e falsa applicazione del principio di neutralità dell’Iva.

La difesa di parte ricorrente evidenziava come con il metodo del reverse charge non si era avuta alcuna sottrazione indebita dell’imposta; ma una semplice sostituzione del soggetto che procedeva alla imposizione. Quest’ultima, infatti, era effettuata (nel caso di specie) dalla Ch., la quale, ricevuta la merce con la fattura emessa in regime di non addebito ex art. 17-comma 5 DPR 633/72, apponeva un timbro sulla stessa attestante l’assoggettamento al tributo con indicazione dell’aliquota applicata e dell’imposta calcolata sul prezzo indicato e, poi, procedeva alla successiva seguente determinazione dell’imposta da pagare.

4) Da ultimo la ricorrente conosceva come legittimo il recupero dell’Iva pari ad € 1.752,94, come operato dall’Ufficio resistente con la motivazione che tale importo rappresentava l’Iva pagata per l’acquisto di un’auto non inerente all’impresa e, quindi, indebitamente detratta, pur facendo rilevare che già nell’istanza per autotutela inviata all’Ufficio comunicava di riconoscere tale circostanza e di aver già provveduto a versare l’importo predetto.

La ricorrente chiedeva, quindi, in via principale l’annullamento degli atti impugnati e, in via subordinata, ove disattesa la sua richiesta principale, che il suo operato non fosse considerato come una evasione; ma solo come un’irregolarità di fatturazione e, come tale, suscettibile solo di sanzione del 3% ex legge 471/1997.

L’Ufficio accertatore si è costituito in giudizio con controdeduzioni depositate in data 13.12.11, chiedendo la conferma del proprio operato e facendo rilevare come nel corso della verifica non erano state trovate attrezzature idonee alla trasformazione degli oggetti in rottami e come fossero decisive le dichiarazioni rese dai privati venditori degli oggetti, i quali avevano ammesso che quanto venduto fosse ancora idoneo all’uso.

Alla pubblica udienza del 15.12.2011 la controversia andava in decisione.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

Prima di decidere la controversia nel merito appare doveroso dichiarare, in via preliminare, irrituale e, quindi, inammissibile la istanza di chiamata in causa proposta dalla difesa di parte ricorrente con le memorie aggiuntive depositate in data 21.06.2011, ove, infatti, la ditta ricorrente avesse ritenuto necessario il coinvolgimento in giudizio della società Ch. spa (a cui cedeva tutta la merce acquistata con il regime del c.d. reverse charge) ben avrebbe potuto provvedere direttamente alla notifica del ricorso anche nei confronti della stessa. In alternativa la richiesta di integrazione del contraddittorio poteva e doveva essere chiesta solo nel suo primo atto difensivo (e, cioè, nel ricorso introduttivo), così come la stessa facoltà risulta concessa alla parte resistente ex art. 23 DLgs. 546/1992. Il tutto salva la discrezionalità del Giudicante di disporre o meno la detta integrazione, non vertendosi, nel caso di specie, nell’ipotesi di litisconsorzio necessario.

Sempre preliminarmente deve darsi atto che l’Ufficio finanziario si è costituito tardivamente e, cioè, solo in data 13.12.2011 (appena due giorni prima dell’udienza fissata per la decisione) con palese violazione di quanto dispone il già sopra riferito art. 23 DLgs. 542/1992.

Ai fini della decisione va parimenti dato atto che la ditta ricorrente [Omissis] con il codice di attività 51.57.1 riferito al “commercio all’ingrosso di rottami e sottoprodotti della lavorazione industriale metallici” e che sia l’operare con tale codice sia l’esercizio di commercio all’ingrosso non sono stati specificatamente contestati dall’ufficio accertatore, per cui tali circostanze (già solo per la mancata contestazione) dovrebbero ritenersi per ammesse secondo il disposto dell’art. 115 c.p.c. nella sua forma novellata (applicabile anche e pacificamente al processo tributario), come da interpretazione del detto articolo della più recente giurisprudenza di legittimità. (Si richiamano, all’uopo, Cassazione Sez. Un. n. 24883 del 9.10.2008 – Cassazione Sez. Trib. n. 25136 del 30.11.2009).

Ma in ogni caso, il commercio esclusivo all’ingrosso della ditta ricorrente risulta provato documentalmente dal suo registro delle vendite, atteso che l’unica partner commerciale di quest’ultima (ancora senza contestazione avversa) è sempre stata solo la società Ch. spa con sede a Ba. (Provincia di Arezzo), società qualificata come “Operatore professionale” nel settore della lavorazione dell’oro e, come tale, iscritta nell’apposito albo tenuto dalla Banca d’Italia.

Gli accertamenti impugnati (come anche e principalmente le conclusioni a cui erano giunti i Militari incaricati della verifica, redigendo il processo verbale di constatazione, al quale si è totalmente riportato l’Ufficio finanziario per sua esplicita ammissione) trovano il loro fondamento nelle motivazioni sopra già riportate gli oggetti venduti dai privati alla ditta ricorrente non costituivano rottami d’oro e/o argento; ma dovevano essere considerati “oggetti usati”.

L’oggetto usato è diverso dal rottame. L’oggetto usato per diventare rottame deve essere sottoposto a trasformazione. Nel locale sede dell’attività della ricorrente non erano state trovate attrezzature idonee alla trasformazione. Gli oggetti trovati in loco all’accesso erano da considerarsi tutti quasi integri. Molti privati che avevano venduto i loro oggetti negli anni oggetto degli accertamenti (interpellati) avevano confermato che quanto da loro venduto era usato ma non usurato. In riepilogo, secondo l’Ufficio illegittimamente ed artatamente il “Compro oro” acquirente, nell’atto di vendita predisposto che faceva sottoscrivere al privato venditore, indicava gli oggetti da lui acquistati come rottame, al solo fine di poterli fare rientrare (al momento della successiva cessione al Fonditore) nell’ambito di applicazione del reverse charge e poter così eludere l’assoggettamento ad Iva.

Le argomentazioni dell’Ufficio non risultano, però, condivisibili.

Già ed erroneamente, infatti, l’Ufficio accertatore ha trascurato la circostanza che nei predetti atti di vendita sottoscritti dai privati gli oggetti, pur analiticamente descritti (e ciò era necessario al solo fine di poter garantire al privato venditore l’esercizio del suo diritto di riscatto entro dieci giorni, come previsto per legge), avevano sostanzialmente perso ogni individualità, tanto che di essi veniva indicato solo il peso complessivo in grammi e tanto che essi venivano acquistati solo a peso.

Se effettivamente gli oggetti fossero stati acquistati non come rottame, ma come oggetti usati ad ognuno di essi si sarebbe dovuta dare una valutazione specifica.

Orbene, con tale sua motivazione, l’Ufficio ha riconosciuto che l’attività dei “Compro oro” poteva svolgersi legittimamente con il metodo del reverse charge solo se esso avesse acquistato effettivamente rottami d’oro; ma che, nel caso di specie, ciò non si era avuto solo perché negli atti di vendita sottoscritti dai privati gli oggetti venduti erano stati descritti analiticamente. Tale tesi non è condivisa atteso che l’essere rottame non dipende dal fatto che l’oggetto sia diventato inutilizzabile per usura o per difetto, ma dalla destinazione che ad esso viene data in concreto dal “Compro oro” o dal successivo acquirente.

Evidenziata la ragione dell’indicazione necessariamente analitica degli oggetti fatta negli atti di vendita dei privati e valutata la circostanza che negli stessi atti era indicato solo il peso complessivo in grammi di tutti gli oggetti e che il prezzo unico era rapportato solo al peso, ne deriva la conseguenza che la motivazione addotta dall’Ufficio risulta non condivisibile e l’indicazione di “rottame” utilizzata dalla ricorrente appare legittima; per cui legittima deve essere considerata la fatturazione della successiva vendita alla fonderia in regime di non assoggettamento ad Iva ex art. 17-comma 5 DPR 633/1972.

Ma anche le altre motivazioni a cui si è riportato l’Ufficio per giustificare il suo operato non possono essere condivise.

Ininfluente deve ritenersi la circostanza che nella sede di attività della ricorrente i verificatori non avessero trovato attrezzature idonee alla trasformazione. Tale circostanza non è stata contestata dalla ricorrente, ma risulta ininfluente. Anzi l’inesistenza di qualsivoglia attrezzatura idonea alla trasformazione degli oggetti può essere la prova che questi ultimi erano già considerati come “rottami”. Infatti la ricorrente (melius il “Compro oro” in genere) non è un soggetto abilitato alla trasformazione di materiale aurifero in oro.

Tale attività è riservata solo a particolari soggetti qualificati come “operatori professionali”, i quali devono essere iscritti in apposito albo tenuto dalla Banca d’Italia. Certamente la ditta ricorrente non può risultare iscritta a tale albo in quanto ha la struttura di impresa individuale, mentre per essere operatore professionale è necessario agire in forma societaria (per l’esattezza in forma di società di capitali) e avere sottoscritto e versato un capitale sociale di importo almeno pari a quello mimmo previsto per le società per azioni, come è prescritto nell’art. 1-comma 3 della legge n. 7/2000.

Inammissibili, infondati e privi di qualsivoglia efficacia sono infine, gli altri motivi addotti dall’Ufficio (e prima ancora riferiti nel p.v.c. della Guardia di Finanza) per legittimare gli accertamenti impugnati, consistenti nel parere (perché è stato solo un mero parere) espresso dai Militari in sede di verifica e di accesso secondo cui gli oggetti rinvenuti erano quasi tutti integri e nelle dichiarazioni rese dai privati venditori degli oggetti ceduti alla ricorrente negli anni di imposta relativi agli accertamenti, i quali avrebbero affermato che quanto da loro ceduto era usato ma integro, per cui non poteva essere considerato rottame.

L’affermazione che trattavasi di oggetti quasi integri è stata fatta dai verificatori (e poi condivisa dall’Ufficio), per loro stessa ammissione avendo visionato i beni trovati in loco alla data dell’accesso. Quindi non degli oggetti compravenduti negli anni di riferimento si era controllato lo stato d’uso; ma di quelli (riferiti a vendite successive), che ben potevano avere condizioni diverse.

D’altra parte quanto detto sullo stato d’uso rappresenta non un fatto oggettivo; ma un parere puramente soggettivo e, quindi non poteva essere il fondamento degli accertamenti.

Lo stesso dicasi per le dichiarazioni rese dai privati venditori degli oggetti interpellati. Anche il loro è un puro giudizio-parere soggettivo, che non può essere considerato valido motivo di accertamento. Senza considerare che dall’esame di tali dichiarazioni è rilevabile come esse siano state già precompilate dai funzionari dell’Ufficio, atteso che sono sostanzialmente tutte uguali.

Ai fini della decisione è, altresì, necessario mettere in rilievo l’esatto contenuto dell’art. 17-comma 5 del DPR 633/1972 in materia di non assoggettibilità ad Iva di determinate operazioni commerciali.

Tale articolo così testualmente recita: “In deroga al primo comma, per le cessioni imponibili di oro da investimento, nonché per le cessioni di materiali d’oro e per quelle di prodotti semi lavorati di purezza pari o superiore a 325 millesimi, al pagamento dell’imposta è tenuto il cessionario … La fattura emessa dal cedente senza addebito di imposta deve essere integrata dal cessionario con l’indicazione dell’aliquota e della relativa imposta e deve essere annotata nel registro di cui agli art. 23 o 24; lo stesso documento, ai fini della detrazione, è annotato anche nel registro di cui all’art. 25”.

La disposizione risulta chiara e legittimamente applicata dalla parte ricorrente, la quale ha venduto materiale d’oro solo ed esclusivamente ad unico soggetto avente la qualità di “Fonderia” e, cioè, alla Ch. spa.

Quest’ultima, nella corretta applicazione del regime previsto dall’art. 17 comma 5 DPR 633/1972, ha provveduto ad integrare la fattura emessa nei suoi confronti dalla ricorrente, integrandola con l’indicazione dell’aliquota e dell’imposta e ad annotarla nel registro degli acquisti e, successivamente, ai fini della detrazione nel registro delle vendite.

Risulta evidente che, comunque, con la doppia annotazione da parte del cessionario non si è verificato alcun danno erariale per lo Stato; ma si è sole effettuata (con il consenso legislativo regolamentato dall’art. 17 comma 5 del citato DPR) un’inversione dell’onere contabile.

Quanto detto trova pieno e totale conforto anche nel contenuto delle Risoluzione n. 375/E datata 28.11.2002, con la quale la Direzione Centrale normativa e contenzioso dell’Agenzia delle Entrate, in risposta allo specifico quesito se ai commerciarti c.d. “Compro oro” (i quali acquistano oggetti d’oro e d’argento dai privati con la destinazione a rottame per poi rivenderli alle Fonderie) sia possibile applicare il meccanismo del reverse charge, di cui all’art. 17-comma 5 del DPR 633/72 (dopo aver precisato che il meccanismo del reverse charge era previsto al solo scopo di evitare agli operatori professionali esercenti l’attività di fonderia l’onere finanziario derivante dal pagamento dell’imposta per rivalsa ai loro fornitori, in quanto l’imposta sugli acquisti non anticipata al cedente in via di rivalsa concorre in ogni caso alla liquidazione periodica del cessionario, figurando sia come imposta a debito che come imposta a credito) ha concluso affermando che quando il “Compro oro” opera esclusivamente nel settore dell’acquisto di oggetti d’oro e non svolge attività di commercializzazione di gioielli vendendoli a privati; ma [Omissis].

Il parere espresso dalla Direzione Generale dell’Agenzia delle Entrate non può che rafforzare il convincimento che, nel caso di specie la ricorrente Me. Ma. An. ha correttamente fatturato le vendite effettuate alla Ch. spa ed ha correttamente indicato gli oggetti ceduti come “rottami”, anche e perché dai suoi registri [Omissis] risultato all’ufficio accertatone che alcun oggetto sia mai stato venduto a soggetti diversi dalla Ch. spa, operatore professionale con la qualifica di Fonderia.

La risoluzione sopra riportata chiarisce anche che, comunque, giammai si sarebbe potuta ipotizzare, nel caso di specie, un’evasione Iva (come invece sostenuto dall’Ufficio) ma, al più, una violazione di cui all’art. 6-comma 8 del DLgs. 471/1997, e, cioè, si sarebbe trattato solo di ipotesi di irregolare fatturazione (ipotesi, comunque, non ravvisabile nel caso di specie).

La problematica trattata ha origine molto recente e trova la sua applicazione nell’attività altrettanto recente del c.d. “Compro oro”. Pertanto, su tale problematica non esiste ancora una giurisprudenza consolidata di legittimità.

Va, comunque, evidenziato che la Commissione Tributaria Provinciale di Bari, in data 14.3.2011, pronunziando su caso analogo, ha accolto il ricorso del contribuente, facendo rilevare in sentenza che [Omissis] verbalizzanti, non potevano esprimere giudizi sulla natura e [Omissis] degli oggetti venduti dai privati al “Compro oro” e da costui ceduti alla Fonderia come “rottami”, non avendo mai potuto esaminare lo stato della conservazione della merce, atteso che la stessa era stata venduta alla Fonderia e come non era stata contestata la totale corrispondenza tra oggetti acquistati e oggetti venduti alla Fonderia.

Conseguentemente la Commissione accoglie il ricorso ed annulla gli atti impugnati.

La peculiarità e novità degli argomenti trattati induce a ritenere compensate tra le parti le spese del giudizio.

 

P.Q.M.

 La Commissione, pronunziando sui ricorso iscritto al n. 1047/2011 del R.G.R., ha così deciso: in accoglimento del ricorso, annulla gli atti impugnati.

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