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C.T. Reg. Bari, sez. Lecce, 18.9.2013 n. 213/23/13

marzo 13, 2014

C.T. Reg. Bari, sez. Lecce, 18.9.2013 n. 213/23/13

Svolgimento del processo

La società A. srl, in persona del suo legale rappresentante, corrente in F., proponeva ricorso avverso l’avviso di accertamento n. [Omissis], notificato il 22.4.2010, con il quale l’Agenzia delle Entrate Direzione Provinciale di Brindisi accertava nei suoi confronti una presunta evasione IVA, per l’anno di imposta 2005, per un importo di €. 233.829,00.

Sosteneva la ricorrente che l’Ufficio, fondando l’accertamento sul PVC della Guardia di Finanza del 21.09.2009, aveva ritenuto sussistere una evasione IVA determinata dall’avere emesso fatture con la causale “Rottami Auriferi” ed applicato, impropriamente, il regime c.d. del reverse charge di cui all’art. 17, comma 5, del DPR n. 633/72, omettendo di applicare l’IVA gravante sulle intervenute cessioni.

Per l’Agenzia il suddetto regime non poteva trovare applicazione, trattandosi di mere cessioni di oggetti d’oro usati, e non di rottami auriferi. Nel merito, la società eccepiva:

– la nullità dell’avviso di accertamento impugnato per violazione dei principi costituzionali di chiarezza e motivazione degli atti, nonché di buon andamento e trasparenza nei rapporto con la P.A.;

– illegittimità dell’avviso di accertamento per avere, la società ricorrente, correttamente applicato il regime dell’inversione contabile.

Le società cessionarie cui erano stati ceduti i rottami auriferi, come dalle stesse dichiarato, non avevano destinato i beni acquistati dalla cedente alla rivendita diretta, ma trattandosi di fonderie, avevano sottoposto detti beni ad un processo intermedio di lavorazione e trasformazione, assolvendo al pagamento dell’imposta secondo la previsione dell’art. 17 del DPR n. 633/72. Peraltro, nessuna evasione di imposta poteva imputarsi alla società cedente, attuale ricorrente, atteso che l’art. 6 del DLgs. n. 471/97 stabilisce che “qualora l’imposta sia stata assolta, ancorché irregolarmente dal cessionario committente, fermo restando il diritto alla detrazione, la sanzione amministrativa non può superare il 3% dell’importo accertato.

– illegittimità delle sanzioni amministrative irrogate anche in considerazione del fatto che l’ufficio ha applicato le stesse in palese violazione dell’art. 12, 5° comma, del DLgs. n. 472/97 che per le violazioni della stessa indole, commesse nell’arco di diversi anni, prevede il cumulo giuridico.

Concludeva, previa istanza di sospensione dell’atto impugnato, per:

– l’annullamento dell’avviso di accertamento;

– in subordine, per la riduzione dell’ammontare del maggior margine accertato;

– in estremo subordine, per la riduzione delle sanzioni. In via istruttoria chiedeva la nomina di un CTU contabile.

Con controdeduzioni del 01.10.2010 l’Agenzia delle Entrate si costituiva contestando l’assunto della società ricorrente.

L’Agenzia delle Entrate evidenziava che la maggior parte degli acquisti effettuati dalla ricorrente riguardava oggetti d’oro usati e solo in minima parte rottami auriferi.

Peraltro, le società aventi causa dalla società A. avevano le autorizzazioni di vendita di oggetti d’oro usati anche senza una loro trasformazione, fatta eccezione per una sola di queste.

Precisava, inoltre, che l’attività effettivamente svolta dalla srl A. era consistita nella commercializzazione di beni usati acquistati da privati nel territorio dell’Unione Europea.

Con riferimento alle sanzioni irrigate per infedele dichiarazione IVA e per dichiarazione con imposta inferiore a quella dovuta, precisava che era stata irrogata quella espressamente prevista dall’art. 8 del DPR n. 322/98 e sanzionata dall’art. 6 commi 1, 4 e 5, comma 4, del DLgs. n. 471/97. Concludeva per il rigetto del ricorso e condanna di controparte al pagamento delle spese di lite.

Con sentenza n. 220-4-11 la Commissione Tributaria Provinciale di Brindisi – Sezione Quarta – rigettava il ricorso e condannava la società ricorrente alla rifusione delle competenze che liquidava in €. 1.000,00 oltre accessori. Avverso la suddetta sentenza ha proposto appello la società A. srl, in persona del suo legale rappresentante R. G..

 

Motivi della decisione

 

1) L’appello è fondato e merita accoglimento.

Con riferimento al primo e secondo motivo di appello che, per la loro stretta connessione si esaminano congiuntamente, si rileva che correttamente i primi giudici hanno chiarito che l’avviso di accertamento risultava sufficientemente motivo per avere con esso l’Ufficio informato adeguatamente dei rilievi fiscalmente rilevanti nel modo di tenuta della contabilità da parte della ditta controllata.

Tale affermazione è condivisa da questa Commissione. Peraltro, contribuisce a maggiormente chiarire le pretese tributarie quanto dettagliatamente esposto nel P.V.C., redatto dalla Guardia di Finanza nel contraddittorio della parte.

Insomma, l’azienda era pienamente consapevole degli addebiti mossi e i primi giudizi adeguatamente hanno motivato sul punto.

Inammissibile, infine, per novità (l’eccezione è stata formulata solo in grado di appello) si presenta il rilievo di mancanza di notazione critica dell’Agenzia delle Entrate a quanto descritto nel P.V.C..

2) Nel merito, si respinge l’eccezione di cui al punto 3) dell’atto di appello, perché l’inversione contabile, nota come reverse charge, è definita dall’art. 17 comma 5 del DPR n. 633/72, ed è applicabile soltanto a due categorie di beni, ovvero:

a) cessioni imponibili di oro da investimento di cui all’art. 190 b. 11, di cui allo stesso DPR n. 633;

b) cessioni di materiale d’oro e cessioni di prodotti semilavorati di purezza pari o superiore a 325 millesimi.

Si tratta di quei beni che, ai sensi dell’art. 1 comma 1 lett. a) e b) della legge n. 7/2000, possono essere esclusivamente commercializzati dagli operatori professionali in oro regolarmente iscritti all’Albo istituito presso la Banca d’Italia a norma dell’art. 1 comma 3 L. 7/2000. Oltre i semilavorati rientrano nella classificazione del “materiale d’oro” anche i rottami di gioielli, ovvero l’oreficeria danneggiata e irreparabile, come stabilito dalla Risoluzione 375/E del 28.11.2002 la quale chiarisce che “rientrano nella nozione di materiale d’oro tutte le forme di oro grezzo destinate ad una successiva lavorazione e che la caratteristica di un semilavorato è costituita dall’essere un prodotto privo di uno specifico uso e funzione”.

Quindi, visto che i rottami di gioielli rientrano nella nozione di materiale d’oro e poiché i soli qualificati ad effettuare questo tipo di commercio, ai sensi dell’art. 1 comma 3 della L. 7/2000 sono i soggetti regolarmente iscritti all’Albo degli operatori professionali in oro, è da escludere qualsiasi tipo di attività esercitata in tal senso da soggetti autorizzati al solo commercio di preziosi, intesi come oggetti finiti, quali i “compro-oro”. Non è chiarito negli atti se la società A. Srl era un soggetto iscritto all’Albo e quindi se avesse potuto cedere rottami auriferi ad aziende specializzate nel recupero di metalli preziosi, quali materie prime secondarie. In ogni caso, per quanto riguarda le cessioni di “oggetti finiti”, anche se si tratta di cessioni destinate ad aziende che poi li reimpiegheranno in processi di trasformazione, non potranno essere effettuate beneficiando del reverse charge perché, come stabilito dalla Risoluzione 161/E del 26.10.2001, i prodotti come le montature di anelli o le chiusure per collane e bracciali hanno completato il loro specifico processo produttivo e debbono essere considerati prodotti finiti e non materia prima destinata alla lavorazione. Non può qui trovare applicazione il meccanismo di cui all’art. 17 comma 5 e l’imposta deve essere assolta nei modi ordinari.

Nel caso in esame, pertanto, la società sostanziava dai dati emersi nell’accertamento fiscale un cosiddetto “compro-oro” a latere della compravendita di rottami auriferi cui soltanto poteva e applicare il reverse charge. Era invece obbligata a cedere i preziosi usati applicando alle cessioni i metodi ordinari con il calcolo dell’Iva a margine, come concesso ai beni usati e impropriamente ha indicato la causale rottami auriferi nelle fatture emesse per questa tipologia di beni.

Ininfluente è l’interpello proposto all’Agenzia delle Entrate, che non abilitava la società contribuente al reverse charge, ma andava invece interpretato nel senso corretto sopra chiarito.

Per quanto al punto 4), l’eccezione della società contribuente è fondata ed assorbe quella esposta al punto 5) in tema di sanzioni. L’Amministrazione finanziaria, pur avendo ragione nel non ammettere la società contribuente al reverse charge, non ha provato in alcun modo l’evasione; anzi, proprio perché esibite le dichiarazioni dei cessionari, è plausibile la buona fede del contribuente che ritiene da questi ultimi assolta l’imposta, in ossequio al dettato della norma impropriamente utilizzata.

Né sono state fatte verifiche mirate in tal senso presso le aziende acquirenti incrociando le fatture e controllando il pagamento dell’imposta. Pertanto, non essendosi evasione d’imposta provata, va riformata la decisione dei primi giudici: ne consegue che l’accertamento ha valore nei limiti delle sanzioni di cui al terzo periodo del comma 9-bis dell’art. 6 del DLgs. 471/97, ovvero vanno ridotte al 3% dell’imposta irregolarmente assolta. Così commisurate, diventa irrilevante quanto al punto 5), ovvero lo stabilire le condizioni di incertezza della norma o le altre esimenti invocate, che non possono alterare un preciso dispositivo legislativo art. 6 DLgs. 471/97 sopracitato, perfettamente applicabile al caso in esame, ovvero all’uso improprio del regime di inversione contabile senza che sia dimostrata l’evasione dell’IVA.

In considerazione della rispettiva soccombenza di ognuna delle parti su alcune delle questioni proposte, la Commissione ritiene che sussistano motivi di equità per compensare le spese del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

La Commissione accoglie per quanto di ragione l’appello della A. srl.

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