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Commiss. Trib. Prov. Liguria Savona Sez. II, Sent., 08-06-2012, n. 56

Mag 3, 2014

Commiss. Trib. Prov. Liguria Savona Sez. II, Sent., 08-06-2012, n. 56

La Sig.ra F.D.S.R.D.C., con domicilio fiscale in Loano (SV), ha proposto ricorso contro l’Agenzia delle Entrate Direzione Provinciale di Savona. La controversia attiene ad avviso di accertamento n. (…), notificato il 16.12.2011 e riguardante IVA per l’anno 2006. L’atto impositivo, adottato ai sensi dell’art.54 D.P.R. n. 633 del 1972, contiene l’appuramento di un volume di affari di Euro 152.099,00 (rispetto ai dichiarati Euro 3.640,00); conseguente la determinazione di un’imposta a debito di Euro 5.083,00, liquidata secondo la normativa in tema di “margine”, di cui all’art.36 D.L. n. 41 del 1995.

L’azione dell’Ufficio ha fatte proprie le risultanze del P.v.c. della G.di F. di Imperia, come formalizzate in data 9.11.2011. L’accertamento è stato emesso prima della scadenza dei 60 gg.previsti dall’art.12 comma 7 dello Statuto del Contribuente, per la presentazione di memorie da parte del contribuente, in quanto “gli ulteriori elementi di indagine relativi all’anno 2006, sono scaturiti solamente all’esito del P.v.c. del novembre 2011 in prossimità della decorrenza del termine per attivare il potere di accertamento per quell’anno.

In particolare, l’indagine della Finanza aveva riscontrata, ai fini della determinazione dell’esatto volume di affari dell’attività di “compro oro” svolta dalla Contribuente: – l’omessa indicazione al rigo VE32 dell’importo di Euro 21.157,00, quali operazioni non imponibili effettuate ai sensi dell’art.36 D.L. n. 41 del 1995; -l’omessa indicazione al rigo VE35 punto 1, di operazioni per Euro 127.302,00, effettuate ai sensi dell’art. 17 commi 5 e 6 D.P.R. n. 633 del 1972, tassate secondo il metodo c.d. del “reverse charge “.

La stessa indagine aveva condotto a contestare, alla Contribuente, di aver indebitamente applicato il meccanismo impositivo del “reverse charge “, in luogo di quello c.d. “del margine”. Ciò poiché, la ditta, non era dotata di laboratori ed attrezzatura che le potesse permettere la lavorazione o trasformazione dell’oro acquistato, per cui gli oggetti acquistati non potevano essere considerati “rottami d’oro”, bensì solo oggetti usati di oreficeria (come chiarito dalla Risoluzione n.375 del 28.11.2002).

– La Ricorrente – rappresentata e difesa in giudizio dagli Avv.ti Pietro Giannella e Paolo Murialdo, con domicilio eletto presso lo studio del primo in Savona, C.so Italia 15/6 – tempestivamente gravato l’avviso ha chiesto sia affermata la nullità dello stesso o, in subordine, la non applicabilità delle sanzioni ai sensi dell’art.6 comma 2 dD.Lgs.472/97. Con vittoria di spese.

1) Violato l’art.56 D.P.R. n. 633 del 1972 – L’avviso risulta carente di motivazione. Carente l’individuazione di elementi di prova diretta circa la non osservanza dell’obbligo presunto dall’Ufficio e comunque, inidonei i supposti elementi di prova indiretta.

2) Violato l’art. 12 comma 7 della L. n. 212 del 2000 – Statuto del Contribuente -. L’Agenzia ha emesso l’accertamento prima del decorrere di termine di 60 gg., previsto dalla norma, per consentire al contribuente di formulare tutte le osservazioni ed eccezioni connesse all’esercizio del proprio diritto di difesa. La ragione posta a giustificazione dell’adozione dell’atto prima di tale decorrenza, non è idonea a costituire una ipotesi di “particolare urgenza”, dal momento che l’amministrazione finanziaria ha avuto a disposizione ben quattro anni, a partire da quello di presentazione della dichiarazione, per poter operare.

3) Violato l’art. 17 comma 5 del D.P.R. n. 633 del 1972, in tema di corretta applicazione del sistema impositivo IVA c.d. del “reverse charge “. Al riguardo, le asserzioni dell’Ufficio non trovano fondamento nella normativa vigente. Esse contrastano anche con il contenuto di numerose risoluzioni (dalla n.l68/E del26.1001 alla n.375 del 28.11.02, alla Risoluz.273/E del 28.09.07 all’Interpello n.2010/126454 del 29.09.2010).

La correttezza della condotta della Contribuente è desumibile, in modo chiaro, dal contenuto della risposta ad interpello di cui alla nota n. 130749 del 31.10.2011 dell’Agenzia delle Entrate Direzione Regionale della Lombardia. Essa specifica come: ” … alla cessione di oro diverso da quello da “investimento”, cioè di oro “industriale” a favore di soggetti passivi è riservato il trattamento imponibilità con applicazione del reverse charge, giusta il disposto del citato art.17, quinto co. del D.P.R. n. 633 del 1972 (circolare … 29.12.1999 n.247″.

In definitiva, la vendita di oro usato e/o di rottami di gioielli d’oro ad un soggetto che non li destini al consumo finale, ma li impieghi in processi di lavorazione e trasformazione, dovrebbe essere assimilata ad una cessione di materiali d’oro o di semilavorati d’oro.

Tale era la condizione dei beni trattati dalla Contribuente: – questi possedevano le caratteristiche per essere assimilati ai semilavorati per la produzione di “oro industriale” ed il cessionario di detti materiali era un operatore professionale Uic (come definito dalla L. n. 7 del 2000). Operatore che svolgeva esclusiva attività di “recupero oro”.

4) Violato l’art.5 comma 4 D.Lgs. n. 471 del 1997 -. La Contribuente, stante le ragioni esposte in tema di I applicazione del regime IVA del “reverse charge”, ha dichiarata e autoliquidata correttamente l’imposta.

5) Violato l’art.9 commi 1 e 3 del D.Lgs. n. 471 del 1997 – . Priva di fondamento l’affermazione dell’Ufficio, secondo cui la Sig.ra F.D.S. presentasse scritture contabili non conformi al D.P.R. n. 633 del 1972. E’ stata proprio la chiarezza e fedeltà delle registrazioni tenute che ha consentito alla Finanza di ricostruire facilmente le operazioni compiuti e la natura delle stesse.

6) Violato l’art.6 comma 2 D.Lgs. n. 472 del 1997 -. In ogni caso, le sanzioni non sarebbero applicabili, in quanto l’eventuale errata applicazione del regime impositivo IVA è stata determinata da un situazione di obiettiva incertezza circa la portata e ambito di applicazione delle norme (art.17 comma 5 D.P.R. n. 633 del 1972, in relazione alla vendita di oro usato e rottami).

7) Violato l’art.7 comma 1 D.Lgs. n. 472 del 1997-. Carente di motivazione la determinazione dell’entità de(…) sanzione.

– L’Agenzìa delle Entrate resistente si è costituita in giudizio in data 9.03.2012, chiedendo la reiezione del ricorso, con condanna di controparte alle spese di lite.

1) In riferimento alla asserita violazione dell’obbligo di motivazione – L’accertamento contiene l’indicazione compiuta e completa della ragioni che hanno condotto alla sua adozione. La stessa censura mossa da Ricorrente, appare generica e non circostanziata.

2) In riferimento alla affermata violazione del comma 7 dell’art. 12 Statuto del Contribuente -. La lesione del diritto di difesa del contribuente non vi è stato, quanto al caso di specie. Come espressamente riportato in avviso, l’Ufficio ha dovuto emettere l’accertamento prima del decorso dei 60 gg. previsti dalla norma, al fine di consentire al contribuente l’esercizio dell’eventuale diritto di esprimere precisazioni e argomenti a proprio favore, per aver ricevuto gli elementi che hanno portato alla formulazione della pretesa impositiva, solo con la ricezione del P.v.c. della Finanza redatto il 9 novembre 2011, in prossimità della decorrenza del termine decadenziale per l’attivazione del potere di accertamento. Ciò è ritenuto legittimo anche dalla Corte di Cassazione (secondo opinione espressa nella sentenza n.19875 del 18.07.2008) e, del resto, lo stesso Ufficio – nell’avviso – ha ribadita la piena disponibilità alla ricezione ed esame di scritto difensivo, pur in presenza di accertamento notificato in anticipo.

3) In riferimento alla affermata violazione del comma 5 dell’art. 17 D.P.R. n. 633 del 1972 -, Come chiaramente desumibile dal contenuto del P.v.c. del novembre 2011, la Finanza ha riscontrata la presenza di numerosi elementi obiettivi tali da far ritenere che la ditta della Contribuente, operasse come semplice “compro oro” che svolgeva la compravendita di oggetti di gioielleria ed oreficeria d’oro e d’argento usati. La Risoluz.375 del 28.11.2002, del resto, aveva già chiarito come, tali tipi di attività, solo occasionalmente possono cedere rottami d’oro (cioè beni che non sono più suscettibili di essere destinati al consumo finale ma devono essere trasformati). Per cui, solo in dette occasioni isolate è per loro possibile applicare il regime del “reverse charge “, mentre in tutti gli altri casi devono applicare il meccanismo IVA del “margine”.

L’esame delle norme che regolano il settore della vendita di oro (come riportato a pagine da 9 a 15 del P.v.c.) hanno evidenziato come, l’attività della Contribuente, fosse propriamente di puro “compro oro: – attività che non richiede comunicazione di avvio attività alla Banca d’Italia (trattandosi di commercio di prodotti finiti non rientranti nella definizione di oro come data dall’art. 1 comma 1 L. n. 7 del 2000).

In concreto, la ditta effettuava cessioni di rottami d’oro ed assimilati “meramente documentali”; detta attività era vietata in quanto tesa, unicamente, ad aggirare la normativa fiscale in tema di IVA (mancanti gli effettivi “rottami” di preziosi come risultato, impossibilità di trasformazione degli oggetti acquistati per mancanza di laboratorio soggetto all’autorizzazione della banca d’Italia). La Ditta, inoltre, aveva istituito il registro delle operazioni di compravendita di oggetti usati (come richiesto dall’art. 128 TULPS), nonché quello riportante la traccia degli oggetti d’oro e d’argento acquistati da privati e rivenduti a privati. La stessa natura degli oggetti acquistati conferma l’inquadramento dell’attività in quella di pura compravendita di oggetti usati di oreficeria.

4) In riferimento alla affermata violazione dell’art.5 comma 4 D.Lgs. n. 471 del 1997 – Legittima l’irrogazione della sanzione, stante la provata irregolare applicazione del regime impositivo appropriato.

5) In riferimento alla affermata violazione dell’art.9 commi 1 e 3 D.Lgs. n. 471 del 1997 -. Legittima anche detta irrogazione penalità. La verifica della Finanza ha comunque appurato l’omessa indicazione, al rigo VE32 dell’importo di Euro 21.157,00 (per operazioni non imponibili in regime dell’art.36 D.L. n. 41 del 1995), nonché l’omessa dichiarazione delle operazioni assoggettate al regime del reverse charge (art. 17 commi 5 e 6 D.P.R. n. 633 del 1972).

6) In riferimento alla affermata violazione dell’art.6 comma 2 D.Lgs. n. 472 del 1997 -. Dovuta la sanzione, poiché la condotta rispettosa della normativa da parte della quasi totalità degli operatori del settore “compro oro”, dimostra la chiarezza della stessa.

7) In riferimento all’affermata violazione dell’art.7 comma 1 D.Lgs. n. 472 del 1997 -. Completo ed esaustivo, l’avviso, nella parte dedicata alla ragioni a fondamento delle penalità.

– l’odierna udienza di trattazione le Parti – entrambe presenti, hanno ribadite le rispettive argomentazioni e richieste. Il Difensore la ricorrente, in specie, ha prodotto copie della Nota dell’Agenzia delle Entrate Direzione Centrale Accertamento, dei 14.10.2009 n. 142734 e della sentenza n.13/27/12 del 25.01.2012 della C.T. regionale per il Piemonte, entrambe in tema di rilevanza ai fini dell’invalidità dell’accertamento, del mancato rispetto del termine di cui al comma 7 art. 12 L. n. 212 del 2000.

Il Collegio, dichiarata chiusa la discussione, ha assunto a decisione la vertenza.

MOTIVI

– Il ricorso non appare meritevole di accoglimento.

A) Correttamente dotato di motivazione l’avviso oggetto di giudizio. L’esame dello stesso evidenzia pienamente l’individuazione delle ragioni a fondamento della pretesa impositiva: – indicazione dei presupposti di fatto derivanti dalle rilevazioni della verifica condotta dalla Guardia di Finanza di Imperia, trasfuse nel P.v.c. del 9.11.2009; – operazioni condotte presso la ditta della Sig.ra F.D.S. con riscontro di irregolarità nella compilazione del Quadro VE della dichiarazione modello Unico PF 2007; -considerazioni circa l’indebita applicazione del metodo di liquidazione dell’IVA denominato del reverse charge, anziché di quello c.d. “del margine”. Con richiamo sia della normativa di riferimento (ripresa anche dalle pagg. da 9 a 15 del P.v.c.) che della Risoluzione n.375 del 28.11.2002; – riliquidazione del dovuto in base alle risultanze del P.v.c. (pag.da 16 a 18 ed All.4).

Legittimi i richiami al P.v.c., in quanto riferiti ad atto pienamente conosciuto dalla Contribuente per esserle stato consegnato sempre il 9.11.2009.

B) Validamente emesso l’accertamento prima della scadenza del termine di cui al comma settimo art. 12 dello Statuto del Contribuente. In accordanza con quanto desumibile anche dalla sentenza n.22320 del 3.11.2010, della Sezione Tributaria della Suprema Corte, il mancato rispetto del termine è da ritenere sia stato adeguatamente motivato in avviso (al quarto periodo di pag.3 con richiamo alla precedente decisione della Cassazione di cui alla sent. 18.07.2008 n. 19875).

Vero che di per se, l’imminente decorrenza del termine per poter attivare il poter di accertamento da parte dell’ufficio, non possa costituire giustificante idonea. Vero altrettanto che, nel caso di specie, detta ritardata acquisizione di elementi a fondamento del fatto di evasione d’imposta, siano derivati da attività di indagine condotta da organo differente e non coordinato territorialmente con l’Agenzia delle Entrate di Savona (il Comando Compagnia G.di F. di Imperia). Per cui, all’Ufficio di Savona, nulla potrebbe essere imputato in tema di programmazione/pianificazione di verifiche od altro, in particolare in merito ad attività che, pur facente capo a persona fisica avente residenza in Loano (SV), aveva sede legale ed operativa presso locali posti in Imperia, Via Felice Cascione 79 e Via XXV Aprile 79. Elementi probatori desumibili da processo verbale emesso solo il 9 novembre 2009, laddove il termine per la rettifica della dichiarazione IVA per il 2006, andava a scadere il 31 dicembre successivo (art.57 D.P.R. n. 633 del 1972).

C) Sussistente la violazione del regime impositivo di cui al comma quinto dell’art. 17 D.P.R. n. 633 del 1972, relativo al metodo c.d. del reverse charge, Chiaramente la norma consente la trasferibilità dell’obbligo del “pagamento dell’imposta” dal cedente al cessionario (con emissione di fattura da parte del cedente, senza addebito di IVA) solamente laddove si tratti di cessioni di “oro da investimento di cui all’art. 10 n.11, nonché per le cessioni di materiale d’oro e per quelle di semilavorati di purezza pari a superiore a 325 millesimi….”.

Diversamente, la verifica della Finanza ha appurato come, la ditta della Sig.ra F.D.S., non cedeva alcun prodotto di tale genere ne avrebbe potuto mai cederlo stante la carenza di adempimenti formali e di struttura per provvedere ad alcuna riduzione in semilavorato o rottame di oro od altro di equivalente.

Gli acquisti da parte del negozio di “compro oro”, infarti, in realtà riguardavano “oro di oreficeria o di gioielleria usato”. Tanto attestano anche le copie delle ricevute di acquisto acquisite nel corso dell’indagine (anelli, braccialetti, ciondoli, orecchini, spille, catenine, orologi ed episodicamente “rottami d’oro”non meglio precisati).

Oggetti sempre acquistati da privati e successivamente ceduti, senza ulteriore trasformazione.

Laddove vi fosse stato un abituale acquisto di rottami d’oro od altri oggetti di oreficeria o gioielleria “avariati”, sempre che non suscettibili di operazioni commerciali perché non più riparabili (al riguardo non è sufficiente la pura “rottura” anche in più parti) assimilabili quindi ai “rottami d’oro”,”tale attività, avrebbe dovuto essere esercitata la via professionale, soggetta alta specifica preventiva comunicazione alla Banca d’Italia (L. n. 7 del 2000,art.1 comma 3) e prevedere riscrizione all’Albo degli operatori professionali (vedasi fogli da 10 a 12 del P.v.c., in specie note da 7 a 9 a piè foglio)

Diversamente, la Ditta della contribuente non aveva effettuato alcun adempimento del genere ed era priva di qualsiasi tipo di laboratorio atto a trasformare gli acquisti dei gioielli ed articoli in oro usati, in rottami d’oro od in oro da investimento. Inoltre: – “Dall’esame del registro ex art. 128 TULPS si rileva che, nell’arco dell’intero periodo sottoposto a controllo la ditta …. ha acquistato da privati, nella totalità dei casi, gioielli e preziosi d’oro e d’argento usati rivendendoli, nella quasi totalità dei casi, ad operatori dello specifico settore …”. (foglio 16 P.v.c.).

Pertanto, ” … i cc.dd. “negozi compro oro” possono compravendere professionalmente solo oggetti di gioielleria e di oreficeria d’oro usati (e, quindi, non oro, ivi compresi i rottami d’oro o assimilati) – senza aver necessità di alcuna comunicazione alla Banca d’Italia, dato che non commerciano in oro – ma devono sottoporre ad IVA sul margine…” (foglio 15 P.v.c.).

I come sopra, definiti “Negozi compro oro”, laddove presentino “cessioni meramente documentali di rottami d’oro o assimilati” effettuate in modo professionale (quindi abituale), è da ritenere mettano in atto condotte tese unicamente ad aggirare la normativa in materia di IVA.

Nessuna elemento documentale ha prodotto Ricorrente per dimostrare che le cessioni o parte di esse avessero ad oggetto veri rottami d’oro od equivalenti non più soggetti a commercializzazione.

Per altro verso chiaro il meccanismo che rende utile, per tutti gli operatori della catena costituita dai “compra oro”, “intermediari” e “fonditori”, il ricorso – indebito – all’applicazione del regime impositivo del reverse charge, Esso garantisce, a ciascuno di essi, di non subire compressione dei propri margini di profitto, in quanto non versa alcunché a titolo d’IVA. Laddove, l’applicazione – dovuta – del regime del margine, comporterebbe l’incremento del prezzo dei beni ad ogni passaggio, in quanto l’IVA “sul margine” è intrasmissibile a ciascun cessionario (tenuto d’altro canto a corrisponderla al proprio cedente) (fogli da a 15 del P.v.c.).

D) Dovuta l’imposta di Euro 5.083,00. L’esame dell’Allegato 4 al P.v.c., consente di riscontrare la correttezza della liquidazione del tributo. La Finanza, infatti, ha tenuto conto: – del totale degli acquisti e delle rimanenze finali; – delle vendite/cessioni già dichiarate avvenute in applicazione dei regime “sul margine” di cui all’art.36 D.L. n. 41 del 1995 (fino al 2008), pari ad Euro 21.156,74; – del “costo del venduto” oggetto di indebita applicazione di reverse charge (pari ad Euro 96.803,19), nonché del totale delle vendite in detto regime agevolato (pari ad Euro 127.302,21); – del totale del “margine”(colonna H), del relativo imponibile e dell’IVA sul margine dovuta sulle operazioni da recuperare (pari ad Euro 5.083,17).

E) Legittima l’irrogazione della sanzione di cui all’art.9 D.Lgs. n. 471 del 1997. La contabilità della Contribuente è stata riscontrata affetta da irregolare indicazione dei dati afferenti la liquidazione dell’IVA (in specie quanto alla compilazione del quadro VE del Mod.Unico 2007).

F) Insussistente una situazione di obiettiva difficoltà interpretativa della normativa in tema di attività di commercio di oro e di rottami d’oro (L. n. 7 del 2000) e di lettura dell’art. 17 comma quinto D.P.R. n. 633 del 1972.

G) Compiuta ed esaustiva la parte motiva dell’irrogazione sanzioni pecuniarie come esplicitata a pagg.7 e 8 dell’avviso, estesa anche all’esame della possibilità di applicazione del cumulo giuridico, laddove più favorevole al contribuente.

– Alla soccombenza consegue, ai sensi dell’art. 15 D.Lgs. n. 546 del 1992, la condanna della Ricorrente alla refusione delle spese di lite a favore dell’Agenzia delle Entrate di Savona Spese, che vengono liquidate in complessivi Euro 300,00, di cui Euro 64,00 per diritti ed Euro 203,00 per onorari, oltre spese forfetarie.

La Commissione

P.Q.M.

Respinge il ricorso. Condanna la Ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, a favore dell’Ufficio, che liquida in complessivi Euro 300,00 (trecento/00).

Savona, il 17 maggio 2012.

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