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Commiss. Trib. Reg. Abruzzo L’Aquila Sez. III, Sent., 22-06-2015, n. 583

febbraio 20, 2016

Commiss. Trib. Reg. Abruzzo L’Aquila Sez. III, Sent., 22-06-2015, n. 583

Svolgimento del processo

Con tempestivo ricorso, C.M. ( esercente l’attività di commercio di oro usato) impugnava l’avviso di accertamento n. (…) con il quale l’ufficio Controlli della DP di (..), sulla base del PVC redatto dalla Guardia di Finanza di Roseto degli Abruzzi in data 15.11.2011, aveva accertato l’erronea applicazione del regime c.d. del reverse charge ( art. 17, comma 5, del D.P.R. n. 533 del 1973) in luogo del regime del margine ( artt. 36 e ss. Del D.L. n. 41 del 1995 convertito nella L. n. 85 del 1995) relativamente alle fatture emesse nel 2008 aventi ad oggetto la cessione di materiale aureo a favore della M.G. S.P.A.

Deduceva il ricorrente la nullità/annullamento dell’avviso impugnato sotto diversi profili : in particolare in quanto basato su presupposti non provati oltreché infondati ed inoltre perché la pretesa tributaria sarebbe espressione di una duplicazione di imposta, essendo stata la stessa assolta dal “concessionario” con conseguente salvataggio del modus operandi, in riferimento all’IVA, adottato dal contribuente.

Chiedeva l’annullamento dell’atto impugnato mentre l’Ufficio ne invocava la conferma.

Con sentenza n. 289/01/14 pronunciata il 15/05/14 depositata l’11.7.2014, la Commissione Provinciale, sez. 1, di Teramo, accoglieva il ricorso compensando le spese di giudizio.

Interponeva appello l’Agenzia delle Entrate chiedendo la riforma e della sentenza impugnata con condanna di controparte al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio, per violazione falsa applicazione dell’art. 17, comma 5, del D.P.R. n. 633 del 1972 e dell’art. 2697 c.c. e per omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c.

Si costituiva C.M. eccependo l’infondatezza dell’appello. Chiedeva per l’effetto la conferma della sentenza di primo grado con vittoria delle spese di giudizio.

Motivi della decisione

I motivi posti a base del gravame appaiono infondati e per l’effetto la sentenza impugnata va integralmente confermata.

L’accertamento dell’ Amministrazione Finanziaria si fonda principalmente sulla contestazione circa la “natura dei beni” ceduti dal C. alla M.G. S.p.A, qualificati dalla G.d.F e dall’Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale di Teramo- come “prodotti finiti”, non rientranti nella definizione di oro di cui all’art. 1, comma 1 della L. n. 7 del 2000, e pertanto, per l’ufficio impositore, non soggetti all’applicazione del meccanismo del reverse charge.

Tale tesi è stata correttamente ritenuta infondata dalla sentenza di primo grado alla luce della normativa primaria e secondaria vigente in materia e della stessa documentazione di prassi dell’Agenzia delle Entrate.

Sulla base delle plurime risoluzioni e dei pareri espressi dall’Agenzia delle Entrate presi in esame dal giudice di prima istanza, un bene risulta destinato per “vocazione” ad un processo intermedio di lavorazione non solo qualora sia inidoneo oggettivamente ad essere inserito nel circuito commerciale, perché rotto o difettoso ( come nel caso dei rottami), ma anche ogni qualvolta – pur essendo non definibile in senso stretto come “rottame” -sia ceduto ad un soggetto che effettua su di esso l’attività industriale di trasformazione e affinazione del metallo prezioso e lo lavora alla stregua di oro industriale ( Risoluzione Agenzia n. 92/E del 12.12.2013).

Orbene il C. nella fattispecie, ha ceduto l’oro usato alla fonderia M.G. S.p.A che per statuto, opera nel settore del recupero, analisi e raffinazione del metallo prezioso ( cfr. visura ordinaria M.G. s.p.A), contrariamente alla deduzione dell’Agenzia delle Entrate che fa erroneo riferimento allo statuto della società dal quale non si evince la tesi dedotta.

E’ quindi corretta l’applicazione del meccanismo del Reverse Charge previsto dall’art. 17, comma 5, del D.P.R. n. 633 del 1972.

Quanto all’onere della prova è principio consolidato in dottrina e in giurisprudenza che l’onere probatorio in combe sull’Ufficio Tributario che emette l’atto, in base al principio generale stabilito dall’art. 2697 c.c.. secondo il quale spetta al soggetto attivo della pretesa l’onere di darne giustificazione.

Correttamente la sentenza di primo grado ha ritenuto quindi la pretesa erariale viziata da errori di diritto in quanto risultata indimostrata ed infondata. Ma vi è di più in quanto in ordine alla prova della destinazione alla fusione dell’oro ceduto dal C. alla fonderia M.G. s.p.a. dedotta dall’Ufficio in sede di gravame, i primi giudici hanno adeguatamente chiarito tramite il rinvio ai documenti di prassi che, per l’applicabilità del meccanismo fiscale dell’inversione contabile, ciò che rileva è essenzialmente che i beni siano stati destinati alla fusione. Ciò che rileva,infatti, è “la destinazione dei beni alla fusione” e non già l’effettiva trasformazione del materiale aureo ceduto. Militano in tal senso comunque i documenti di prassi tra i quali :

– Il verbale di constatazione della G.d.F posto a fondamento dell’avviso di accertamento impugnato, dove, nell’enunciare i risultati dei controlli di coerenza interna, si rileva che “…detti oggetti… vengono uniti e ,quindi, mischiati tra loro per essere spediti ( previa determinazione del peso complessivo) alla fonderia autorizzata dalla Banca d’Italia, convenzionata con la società di franchising denominata ” Affari d’oro”. Gli oggetti, quindi , non venivano dal C. ordinati, né separati per genere o specie di gioiello monile, bensì mischiati come rottami e pesati in grammi, per quella che doveva essere la loro destinazione, ossia essere impiegati in un processo intermedio di lavorazione e/o trasformazione industriale da parte del cessionario;

– Lo statuto societario della fonderia M.G. s.p.a. dove è contemplata l’attività di fusione e/o trasformazione del metallo per come richiesto per l’applicazione della normativa sul Reverse Charge;

– Il verbale di accertamento della G.d.F ancora, dove è specificato che la ditta del C. risulta affiliata alla S.r.l. S. ( S.), che per contratto, garantisce l’affiliato, impegnandosi “al ritiro ed al trasporto assicurato di tutto il metallo prezioso ritirato dalla sede dell’affiliato fino alla fonderia convenzionata, alla sua fusione ed al controllo dei pagamenti effettuati dalla fonderia ( acquirente) all’affiliato ( venditore). L’affiliazione indica quindi la destinazione alla fusione del materiale aureo ceduto alle fonderie convenzionate e chiarisce l la posizione di controllo e garanzia propria della società affinante che sceglie essa stessa le fonderie convenzionate cui cedere l’oro, garantisce trasporto, fusione e pagamento e verifica il titolo ottenuto falle fusioni;

– Nota formale della M.G. S.p.a. del 23.5.2013 nella quale la società cessionaria attesta che “tutto il materiale consegnatoci nell’anno 2008 e sino al 12 maggio 2009 è stato dalla nostra società acquistato con l’applicazione del Reverse Charge ed è stato per la totalità della merce fusa e poi trasformata in oro da investimento”, fornendo così la prova ulteriore della destinazione alla fusione del materiale ceduto.

In conclusione il contribuente – odierno appellato- in forza della idonea produzione documentale è certamente riuscito a provare “la tipologia dell’acquisto, la grammatura e la destinazione alla fusione dei rottami” e di conseguenza l’appropriata applicabilità nel caso in esame dell’art. 17, comma 5, del D.P.R. n. 633 del 1972″ ( cfr. sentenza n. 857/2014 sezione 30, depositata il 28.4.2014, della Commissione Tributaria Regionale della Toscana). Ha posto in essere quindi tutto ciò che era nelle sue possibilità probatorie.

In ordine all’omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c. dedotta quale motivo di appello, è appena il caso di accennare che assolutamente marginale appare la questione in ordine all’ulteriore recupero IVA, oggetto dell’avviso di accertamento impugnato ( scostamento di 113,21 grammi tra le rimanenze di oro con presunzione di cessione senza fattura e recupero IVA pari ad Euro 58,49).

L’atto impugnato deve per l’effetto ritenuto nullo.

In virtù del principio della soccombenza al rigetto del gravame segue la condanna dell’Agenzia delle Entrate al pagamento delle spesi del giudizio di secondo grado che si liquidano in complessivi euri 1.500.

Ogni ulteriore ragione di gravame ed altre eccezioni devono ritenersi assorbite dalle considerazioni che precedono.

P.Q.M.

– La Commissione, definitivamente pronunciando, sull’appello dell’Agenzia delle Entrate S.p.a così provvede:

– Rigetta l’appello;

– Condanna l’Ufficio al pagamento delle spese di giudizio.

L’Aquila il 28 maggio 2015.

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